I fujenti di madonna dell'arco
Feste popolari
Corrono, piangono, pregano, gridano, strisciano, implorano, imprecano, si gettano in ginocchio e avanzano fino all’altare. Lì, al cospetto della pietosa Madre dell’Arco culmina il concitato e drammatico pellegrinaggio che porta ogni anno, il lunedì di Pasqua, una fitta, interminabile schiera di devoti scalzi a ripercorrere un antico itinerario di dolore fino al santuario di Maria Santissima dell’Arco, a Sant’Anastasia, dodici chilometri ad est di Napoli.
Sono i
"fujenti", detti anche "battenti", i devoti
dell’icona dolente, della Vergine dal volto ferito: forse la più
antica fra le Madonne che sanguinano. E’ proprio la ferita, simbolo
di un dolore antico, all’origine del primo miracolo di questa
prodigiosa immagine.
I fujenti (il termine in napoletano indica
appunto coloro che corrono) sono scalzi per voto e, sempre per voto,
devono compiere di corsa almeno l’ultimo tratto del pellegrinaggio,
forse in ricordo della corsa frenetica dello scellerato giocatore ed
in espiazione del suo peccato.
I pellegrini vestono ritualmente di
bianco, simbolo di purezza, e portano sull’abito una fascia
azzurra, il colore della Madonna, chiamata spesso proprio "Mamma
Celeste".
I devoti appartengono agli strati popolari meno garantiti – dal sottoproletariato urbano al popolo contadino – di Napoli e delle provincie di quella che fu la Campania Felix. Sono organizzati in numerosissime associazioni, capillarmente diffuse sul territorio. La loro devozione consiste essenzialmente nel correre il lunedì in Albis fino al santuario. Ciascuna associazione il giorno della festa è rappresentata da una propria squadra detta "paranza", che ha il compito di portare a spalla un "tosello". Di solito una statua della Madonna dell’Arco in trono. La paranza è preceduta da uno o più stendardi che recano il nome dell’associazione, il luogo di provenienza e la data della fondazione.
Segno visibile dell’impetrazione e delle gratitudine dei fedeli sono le migliaia di ex voto - i più antichi dei quali datano gli ultimi anni del Cinquecento – che tappezzano le alte pareti del santuario. Si tratta di una delle maggiori raccolte di arte popolare esistente in Europa: una ricapitolazione enciclopedica della pietà popolare. Oltre che una preziosa testimonianza relativa a quattro secoli di storia "minore".
Davanti alla chiesa i volti si fanno
improvvisamente tesi. Il pellegrinaggio assume toni di intensa e
dolente drammaticità. E’ l’oltrepassamento della soglia del
tempio che, come in un rito antico, immette il fedele nello spazio
sacro e fa precipitare le sue emozioni nei gesti da sempre ripetuti
di una arcaica ritualità. Finalmente, in forme altamente teatrali,
ha luogo l’abbandono al sacro, la crisi in cui culmina la lunga
corsa dei fujenti.
Da fuori giunge il battito ossessivo dei
tamburelli che accompagnano le "tammurriate" (danze rituali
che si svolgono all’esterno del santuario), dentro, la musica si fa
grido.
Il rito si avvia così alla sua conclusione e i pellegrini,
prima di riprendere la strada del ritorno, affollano la grande fiera
che si svolge nelle vie circostanti, sciogliendo la tensione devota
nell’animazione della sagra.
In queste forme estremamente
teatrali ma , al tempo stesso, di intensissima religiosità, la
figura della Madonna ferita, della madre amorosa e dolente, sembra
assurgere a simbolo di protezione delle offese di una sorte e di una
società ugualmente ingiuste. E’ una sorta di sacralizzazione della
maternità che conduce da secoli i battenti a chiedere protezione e
grazia a quella che essi chiamano la Mamma dell’Arco, o la "Mamma
di tutte le mamme". Rispecchiando nel dolore dell’antica
ferita della Vergine, la ferita del loro antico dolore.
Testo
del prof. Marino Niola


