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Festa dei Gigli (Nola)

Festa dei Gigli di Barra 2007
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La Festa dei Gigli è una festa popolare cattolica che si tiene ogni anno a Nola in occasione della festività patronale dedicata a San Paolino. Con questo evento i nolani ricordano il ritorno in città di Ponzio Meropio Paolino dalla prigionia ad opera dei barbari avvenuto nella prima metà del V secolo. La festa rientra nella Rete delle grandi macchine a spalla italiane[2] inserita dal dicembre del 2013 nel Patrimonio orale e immateriale dell’umanità dell’UNESCO.

Papa Gregorio I racconta il sacrificio personale del vescovo Paolino che donò i suoi averi e se stesso ai Visigoti in cambio della liberazione dei nolani resi schiavi a seguito delle invasioni di Alarico I del 410. La leggenda o meglio dire aggiornamenti ed informazioni più credibili, ci dicono che nel 409 Alarico Re dei Goti distrusse gran parte di Nola, prese come ostaggi 21 prigionieri nolani ed il figlio di una vedova, San Paolino diede se stesso per la liberazione del bimbo; venne condotto in Turchia o parte dell’Africa, fece il giardiniere ed il Re avendo saputo che era Vescovo di NOLA (per acclamazione popolare), avendo timore per alcuni strani sogni fatti, decise di liberarlo, al suo ritorno, avvenuto tra il 411-412 i nolani gli tributarono festeggiamenti grazie a varie corporazioni, si pensa che le prime tre guglie piccole della SAGRADA FAMILIA siano opera sua, essendo anche architetto, quando viveva in Barcelona con la sua sposa Therasia, dalla quale ebbe un figlio di nome CELSO morto dopo soli 8 giorni, San Paolino essendo stato acclamato dal popolo catalano in una sera di Natale in chiesa, fu nominato sacerdote dal Vescovo di Barcelona. In pratica Anicio Ponzio Meropio Paolino è nato a Bordeaux il 355 d.c. e morì a Nola nel 431 d.c. La sua sposa Therasia dopo il 411 si tolse la vita gettandosi da una rupe in Montjuick, il suo amore per San Paolino era immenso, ed avevano vissuto una vita monastica su stile orientale, quando Paolino fu nominato sacerdote. Altra leggenda, vuole che nel 431, liberato dalla prigionia, assieme ad altri nolani in schiavitù, tornarono al suo paese accompagnati da navi cariche di grano, sbarcando sulla spiaggia di Torre Annunziata; i nolani accolsero al vescovo nel suo rientro in città con dei fiori, dei Gigli per l’esattezza, e che lo abbiano scortato fino alla sede vescovile alla testa dei gonfaloni delle corporazioni delle arti e dei mestieri. In memoria di quell’avvenimento Nola ha tributato nei secoli la sua devozione a San Paolino portando in processione ceri addobbati posti prima su strutture rudimentali e poi su cataletti, divenuti infine 8 torri piramidali di legno più una barca che simboleggia il mezzo con cui San Paolino è tornato a Nola.

Tali costruzioni lignee, denominate appunto “gigli”, hanno assunto nell’800 l’attuale altezza di 25 metri con base cubica di circa tre metri per lato, per un peso complessivo di oltre venticinque quintali. L’elemento portante è la “borda”, un’asse centrale su cui si articola l’intera struttura. Le “barre” e le “barrette” (in napoletano varre e varritielli) sono le assi di legno attraverso cui ogni Giglio viene sollevato e manovrato a spalla dagli addetti al trasporto. Questi assumono il nome di “cullatori” (in napoletano cullature), nome che deriva probabilmente dal movimento oscillante prodotto simile all’atto del cullare. L’insieme dei cullatori, di norma 128, prende il nome di “paranza”.

Gli 8 Gigli vengono addobbati dagli artigiani locali con decorazioni in cartapesta, stucchi o altri materiali secondo temi religiosi, storici o d’attualità. Essi rinnovano una tradizione chiaramente individuabile sin dagli ultimi decenni dell’800, che amplia le radici storiche individuabili nelle decorazioni architettoniche barocche leccesi e rappresentano quindi una forma di macchina votiva a spalla. Oltre ai Gigli viene costruita anche una struttura simile ma più bassa con una Barca posta sulla sommità con riferimento a quella che riportò San Paolino a Nola.

Nel 2020 la festa venne annullata a causa della pandemia di COVID-19 del 2019-2021 (precedentemente, in tutta la sua millenaria storia, era avvenuto solo negli anni della seconda guerra mondiale), per l’impossibilità di svolgere la festa nel rispetto delle disposizioni sanitarie nazionali[3].